Clochard ad Andria, don Geremia Acri: «Non è vero che nessuno fa nulla. L’accoglienza è una responsabilità, non uno slogan»

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«È troppo comodo indignarsi sui social. C’è una rete che si prende cura di queste persone, ma la realtà è molto più complessa di come viene raccontata»

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Le persone senza dimora che dormono per strada, le immagini che circolano sui social, le richieste di intervento rivolte alle istituzioni e alla Chiesa. E, soprattutto, una domanda che ritorna con insistenza anche alla nostra redazione: chi si occupa dei clochard che vivono ad Andria? È possibile fare di più per garantire loro assistenza, protezione e un luogo in cui trovare riparo?
Per approfondire la questione abbiamo intervistato don Geremia Acri, direttore della Casa di Accoglienza Santa Maria Goretti, chiamato a fare chiarezza su una realtà che, spesse volte, viene affrontata attraverso contrapposizioni politiche, indignazione pubblica e fotografie condivise sui social, senza conoscere fino in fondo le dinamiche che accompagnano gli interventi di assistenza.
La sua posizione è netta: non è vero che nessuno fa nulla, ma aiutare una persona che vive in strada non significa necessariamente riuscire a portarla in una struttura o convincerla ad accettare un sostegno.

Don Geremia racconta di un’attività di monitoraggio che prosegue regolarmente sul territorio. L’ultimo episodio citato risale a sabato, quando una persona senza dimora è stata individuata in via Trani. Gli operatori della comunità Migrantesliberi – che gestiscono il Pronto Intervento Sociale del settore socio sanitario del comune di Andria – e i volontari di Casa Accoglienza S.M. Goretti hanno contattato la Polizia di Stato, intervenuta sul posto con quattro agenti. La persona, tuttavia, avrebbe rifiutato categoricamente qualsiasi forma di aiuto, sia da parte degli operatori sia da parte delle forze dell’ordine. Una situazione che, secondo il racconto di don Geremia, non rappresenta un caso isolato. La stessa sera, in piazza dei Caduti, ha incontrato un’altra persona, alla quale ha chiesto se avesse bisogno di aiuto, di coperte o se volesse raggiungere un luogo più riparato. La risposta, in tutti e tre i casi, è stata negativa: «No, grazie. Sto bene così, potete andare».
È qui che si inserisce una delle questioni più delicate dell’assistenza alle persone senza dimora: la disponibilità dei servizi non coincide sempre con la volontà della persona di usufruirne. Anche quando vengono attivati i soccorsi, non è detto che l’intervento possa concludersi con l’accettazione dell’aiuto. Don Geremia ricorda, a questo proposito, anche il caso di un uomo che presentava una grave difficoltà respiratoria. Fu chiamata un’ambulanza, ma, davanti ai sanitari, l’uomo avrebbe rifiutato di essere visitato, sottoscrivendo la rinuncia all’intervento. Episodi che restituiscono la complessità di situazioni nelle quali la necessità di prestare assistenza si confronta con la volontà individuale e con le regole che disciplinano gli interventi sanitari e di soccorso.

La presenza di una persona in strada, dunque, non comporta automaticamente la possibilità di allontanarla o trasferirla in una struttura. Il rifiuto dell’aiuto, in assenza dei presupposti previsti dalla legge per un intervento coercitivo, pone limiti concreti all’azione di chi cerca di prestare assistenza.

Don Geremia tiene a sottolineare anche la distinzione tra il lavoro svolto dalla struttura e ciò che, invece, viene richiesto o immaginato dall’opinione pubblica: «Casa Accoglienza S. M. Goretti offre servizi di prima accoglienza, tra cui docce e mensa, ma non dispone di un servizio di accoglienza notturna per le persone senza dimora. Una distinzione importante, perché la richiesta di trovare un letto per chi dorme in strada non può essere soddisfatta automaticamente da una struttura che non dispone di quel tipo di servizio. Accogliere una persona significa anche sapere dove metterla e chi dovrà prendersene cura», è il senso del ragionamento espresso da don Geremia, che riferisce di ricevere richieste di accoglienza con una frequenza che può arrivare ad almeno due persone al giorno.
Non basta, quindi, aprire una porta o dichiararsi disponibili. Occorrono spazi adeguati, risorse economiche, personale, continuità assistenziale e una rete organizzata di soggetti capaci di accompagnare la persona nel tempo. Anche il volontariato, pur essendo una componente preziosa, non può essere considerato l’unica risposta a un bisogno strutturale. Come osserva don Geremia: «il volontario può esserci oggi e non esserci domani: una fragilità che rende difficile costruire servizi continuativi se non sono sostenuti da un’organizzazione stabile. Il tema, pertanto, non riguarda soltanto la disponibilità individuale ad aiutare, ma anche la capacità del territorio di organizzare risposte adeguate e durature».

L’accoglienza delle persone straniere poi, al di là delle semplificazioni con cui, a suo giudizio, il dibattito pubblico tende a trasformare situazioni differenti in un’unica questione, è un altro tema caldo che non deve essere trattato come vessillo da issare. Le condizioni giuridiche delle persone, la regolarità dei documenti e gli eventuali provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale possono incidere sulle procedure da seguire e sulle possibilità di inserimento nei diversi percorsi di accoglienza. La normativa, tuttavia, va applicata caso per caso: l’assenza di documenti o la presenza di un provvedimento amministrativo non possono essere considerate, da sole e indistintamente, una risposta a ogni necessità di assistenza immediata.
È necessario, dunque, distinguere tra gli obblighi di legge, le procedure amministrative e il dovere di valutare le condizioni concrete di una persona in stato di bisogno.

«Il punto è evitare che il tema venga utilizzato per alimentare polemiche politiche – commenta don Geremia -, soprattutto da parte di chi conosce già le dinamiche amministrative e istituzionali. La solidarietà non può essere ridotta a una dichiarazione pubblica né può prescindere dalla conoscenza delle regole e delle possibilità effettive di intervento. Ci si indigna sui social e ci si ferma alle immagini. È davvero questo il modo in cui la città osserva e racconta la marginalità?
Le fotografie delle persone che dormono in strada possono suscitare preoccupazione e indignazione, contribuendo a portare all’attenzione pubblica situazioni che altrimenti rischierebbero di restare invisibili. Ma il problema nasce quando la denuncia si esaurisce nella condivisione di un’immagine e nella richiesta che qualcun altro intervenga. È troppo comodo stare in salotto, vedere un’immagine sui social e scaricare sempre sugli altri la responsabilità. Fotografare e diffondere immagini di persone in condizioni di vulnerabilità richiede particolare attenzione, perché la dignità e la privacy non vengono meno quando qualcuno si trova a vivere per strada. Se una persona viene vista in difficoltà, perché non avvicinarsi, quando è possibile farlo in sicurezza, chiederle di cosa abbia bisogno o contattare le forze dell’ordine e i servizi competenti? Tutti devono comprendere che la responsabilità sociale non può essere delegata interamente a una struttura, a un sacerdote o a un’amministrazione. Ciascuno faccia fino in fondo la sua parte, ancor di più se si dice “bravo cristiano”»

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Commenti

  • Giuseppe (utente non verificato)

    Bravo Don Geremia, è facile dire mancanza di aiuto senza rispettare la volontà dell’ altro.

  • Michele Franco (utente non verificato)

    IN QUESTO CASO, CONDIVIDO LA RIFLESSIONE DI DON GEREMIA. PURTROPPO, I CLOCHARD, NON SEMPRE, E’ UNA SCELTA DI VITA, NON UNA CONDIZIONE DI POVERTA’.