Il prezzo dell’indifferenza: quando la povertà diventa una violenza quotidiana

Dalla protesta di Andria una riflessione sulle disuguaglianze, sui diritti e su un’indignazione spesso selettiva
Andria questa settimana si è fermata e ha protestato contro il caro vita. Una manifestazione che ha voluto dar voce a un disagio che attraversa sempre più famiglie, lavoratori, giovani e pensionati. Un disagio che spessissimo viene liquidato quasi fosse una difficoltà individuale, come se arrivare a fine mese fosse diventato un problema di capacità personale e non una questione sociale, economica e politica. Eppure, quando una persona lavora e non riesce a pagare l’affitto, quando fare il pieno di benzina diventa una scelta tra una necessità e un’altra, quando la spesa alimentare impone di rinunciare a qualcosa, quando un giovane è costretto a rimandare i propri progetti perché non può permettersi di costruire una vita autonoma, siamo davanti a una forma di violenza che non ha bisogno di alzare la voce per fare male.
È una violenza silenziosa, quotidiana, normalizzata. Non lascia necessariamente lividi visibili, ma logora la dignità, restringe le libertà, alimenta la paura del futuro e trasforma diritti fondamentali in privilegi riservati a chi può permetterseli.
In questi giorni abbiamo sentito ripetere spesso che la violenza va sempre condannata. Un principio sul quale non può esserci alcun dubbio. La violenza contro le persone, contro le cose, contro le comunità merita di essere affrontata e giudicata con serietà. Ma proprio perché prendiamo sul serio questo principio, dovremmo avere il coraggio di allargare lo sguardo e chiederci quanta violenza si consumi quotidianamente sotto i nostri occhi, senza provocare la stessa indignazione, senza occupare le prime pagine, senza suscitare la medesima mobilitazione.
Ricordiamoci che la violenza è anche quella di un sistema economico che concentra ricchezza e opportunità nelle mani di pochi, mentre a una parte sempre più ampia della società chiede sacrifici continui. È quella di chi lavora e resta povero, di chi rinuncia alle cure perché non può sostenerne i costi, di chi non riesce a trovare una casa, di chi vede il proprio futuro diventare ogni anno più incerto.
Ecco che la domanda è inevitabile: perché ci indigniamo così facilmente per ciò che rompe una vetrina e così raramente per ciò che spezza una vita? Perché siamo pronti a condannare ciò che disturba l’ordine pubblico, mentre sembriamo rassegnati a un ordine sociale nel quale milioni di persone faticano a vivere con dignità?
Qui non si vuole giustificare qualsiasi forma di protesta, né stabilire una gerarchia del dolore. Si tratta di riconoscere che la pace sociale non può essere semplicemente l’assenza di conflitto, soprattutto quando sotto la superficie si accumulano precarietà, esclusione e disuguaglianze. Una società non è giusta soltanto perché le sue strade sono tranquille. È giusta quando le persone possono abitarle senza paura, quando hanno una casa in cui vivere, un lavoro che consenta loro di mantenersi, servizi pubblici accessibili e la possibilità concreta di immaginare un domani migliore.
Il caro vita non è una fatalità, e la povertà non è una colpa. Quando i prezzi aumentano, i salari restano fermi e il potere d’acquisto si riduce, non basta invitare le persone a stringere la cinghia. Bisogna chiedersi chi quella cinghia la stia già stringendo da anni e chi, invece, continui a prosperare.
È qui che, per me, assume significato essere umani. Credo nell’umanità che risorge come fosse un fiume carsico, che traccia nell’invisibile un percorso e poi erompe, come quel seme umano che per atto di amore diventa vita, alimentandosi da un canale, da un cordone e poi si stacca e diventa ancora vita, novità. Essere umani significa partire da chi ha meno strumenti per difendersi, da chi non ha rendite, patrimoni o privilegi da cui attingere. Significa credere che la libertà sia reale soltanto quando esistono le condizioni materiali per esercitarla.
Significa credere nel lavoro dignitoso, in salari adeguati, nella sanità e nell’istruzione pubbliche, nel diritto alla casa, nella protezione delle persone più fragili e in un sistema fiscale che chieda un contributo proporzionato alle possibilità di ciascuno. Significa difendere i diritti di chi rischia di essere lasciato indietro e riconoscere che la dignità umana non può dipendere dal reddito, dalla provenienza, dal colore della pelle, dal cognome o dalla posizione che si occupa nella società.
Essere umani significa anche rifiutare l’idea che i diritti siano una risorsa limitata, da concedere a qualcuno sottraendola a qualcun altro. Quando si alimenta la contrapposizione tra poveri italiani e poveri stranieri, tra lavoratori precari e disoccupati, tra chi fatica ad arrivare a fine mese e chi vive una condizione ancora più difficile, si finisce per spostare l’attenzione dalle cause delle disuguaglianze alle persone che le subiscono. Si mettono gli ultimi gli uni contro gli altri, mentre le vere responsabilità restano spesso fuori dal dibattito.
La stessa logica attraversa il modo in cui parliamo di ambiente, di diritti delle donne, di migrazioni e di guerra. Quando si minimizza la violenza di genere, si alimenta l’odio verso chi viene considerato diverso, si nega la gravità della crisi climatica o si distoglie lo sguardo davanti alla sofferenza dei civili e alle vittime delle guerre, si contribuisce a costruire una società nella quale alcune vite sembrano valere meno di altre.
Non possiamo abituarci a tutto questo. Non possiamo accettare che l’indignazione sia selettiva, che la solidarietà abbia confini sempre più stretti e che la sofferenza diventi degna di attenzione soltanto quando riguarda persone che sentiamo vicine o che consideriamo simili a noi.
Ricordiamoci sempre che la dignità non è un lusso. La giustizia sociale non è un’utopia. E rassegnarsi alle disuguaglianze non è una forma di pace.
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